Recensione: Black Sails (serie tv)

La pirateria firmata dal regista e produttore hollywoodiano Michael Bay, che abbandona per sempre tutti i cliché sul genere

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L'oro dell'Urca di Lima non è più una fantasia irraggiungibile: alla fine della prima stagione di Black Sails avevamo lasciato il capitano James Flint (Toby Stephens), minacciato di morte dai suoi stessi uomini, che si affacciava sul naufragio del galeone spagnolo. Questo mentre a Nassau Eleanor Guthrie (Hannah New) deve riaffermare la propria difficile supremazia femminile anche cedendo alle pressioni del crudele capitano Charles Vane (Zach McGowan), ora in controllo dei cannoni che dal forte dominano città e porto. Riparte da questo scenario la seconda stagione della serie in onda quasi contemporaneamente da noi (dal 2 febbraio su AXN, Sky) e negli Usa (Starz, 48 ore prima). Ambientata con crudo realismo tra i pirati dei Caraibi, questa serie creata da Robert Steinberg e Jonathan E. Levine e prodotta da Michael Bay non racconta il mondo romantico e fantastico della saga cinematografica con Johnny Depp, ma un universo molto più vicino alla verità storica (eccetto per le perfette dentature che sfoggiano gli attori): violenza, sesso (usato come strumento di potere), sangue, inganno e sopraffazione. Vincitrice di due Emmy (per effetti speciali e sound editing), Black Sails si rifà al capolavoro di Stevenson L'isola del tesoro, di cui è una specie di prequel, ambientato una ventina di anni prima: tra i protagonisti principali, infatti, un giovane, intrigante e ambiguo John Silver (Luke Arnold). Indiscusso protagonista è tuttavia Flint, capitano affascinante e tormentato, che con Silver deve trovare un'intesa che garantisca a entrambi, inattesi alleati, la possibilità di sopravvivere.

Black Sails è un incredibile spettacolo per gli occhi. Girata nei Cape Town Film Studios di Cape Town, in Sudafrica, la serie si prende tutto (ma tutto) il tempo necessario per assaporare al meglio le sue location e le sue ambientazioni, partendo da una sigla, che già di per sé, è un esempio di altissimo artigianato. Abituati come siamo a vedere green screen più i meno improbabili che simulano grossolanamente un giardino di Washington o un parcheggio di New York, nel vedere le ambientazioni di Black Sails non possiamo che tirare una specie di profondo respiro purificatore. Gli autori cercano maniacalmente di sfruttare ogni goccia di luce naturale che riesca a penetrare tra due assi di legno o sotto le trame di una stoffa. Praticamente ogni inquadratura del telefilm è costruita per restituire il calore, il suono e quasi il profumo di luoghi meravigliosi, pieni di sole, sabbia e vento, come un’estate perenne portata sul nostro piccolo schermo nei grigi giorni d’inverno. Discorso simile, sempre molto “visivo”, si può fare per il cast. Prima che bravi, gli attori di Black Sails sono giusti per la parte. Il volto di Toby Stephens è perfetto per il Capitano Flint, e non serve nemmeno che l’attore si sforzi più di tanto: ha proprio il viso ideale per trasmettere il carisma e i segreti del protagonista. Idem per Luke Arnold, che sarebbe inadatto a fare il vero pirata, ma è perfetto per lo scanzonato e un po’ vigliacco John Silver. Zach McGowan è preciso per Vane, anche se forse la migliore è Hannah New.

Il viso angelico ma determinato è esattamente quello che serviva per il personaggio di Eleanor, costantemente in lotta per affermare la propria forza di leader a dispetto delle sue sembianze da fanciulla inerme. A questo aggiungete che, in generale, è una figa spaziale (scusate il francesismo). A completare il quadretto la bellissima attrice canadese Jessica Parker Kennedy, che interpreta l’astuta e manipolatrice prostituta Max, e Clara Paget (la piratessa Anne Bonny). A ciò si aggiungono la totale mancanza di pudore alcuno (la gag su Barbanera ne è un esempio molto chiaro, giusto per citarne una) e le scene di sesso tipiche delle produzioni Starz.

Il Cinefilo Cinofilo

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