Recensione: True Detective (serie tv)

Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono i True Detective nella serie HBO che ribalta gli stereotipi del poliziesco in tv

Celebrità

Contenuti Extra

Altri Post

Ultimi contenuti caricati

Archivio

C'è una videocassetta, in True Detective, che non si vede mai. È una vecchia VHS il cui contenuto ha un ruolo cruciale, ma non viene mostrato allo spettatore: ciò che vediamo, che sentiamo, è l'orrore di chi ne ispeziona la registrazione. Perché gli 8 densissimi episodi della nuova eccellenza di HBO hanno molto a che fare con lo sguardo: il vero detective è colui che, per tempra e per dovere, deve vedere. Vede cose, Rust Cohle (Matthew McConaughey), il texano inflessibile che i colleghi sfottono chiamandolo "l'esattore", ignari che prima di mettere piede nelle paludi della Louisiana si è fatto 4 anni sotto copertura alla narcotici, con conseguenze devastanti. Vede più degli altri, perché soffre di allucinazioni; perché trova indizi dove gli altri sorvolano. Vede troppo anche Marty Hart (Woody Harrelson), padre di famiglia afflitto dalla "maledizione del detective": avere la soluzione sotto gli occhi mentre guardi nella direzione sbagliata. Hanno lavorato insieme per 7 anni, dal 1995 al 2002, poi qualcosa si è rotto, e a un decennio di distanza diventano loro stessi l'oggetto di sguardi inquisitori: la stagione si apre con l'obiettivo puntato su Marty e su Rust, interrogati separatamente, nel 2012, sui fatti che li hanno uniti e divisi. Ovvero la cattura del killer di Dora Lange, giovane donna trovata uccisa su una scena del crimine che sa di rituale e arcaico.

Primo capitolo di una serie antologica, che si struttura per annate indipendenti e autoconclusive, la stagione n.1 ha due coppie d'assi che gettano, per quelle a venire, standard arditi: il gioco d'attori di Matthew McConaughey e Woody Harrelson (l'uno spiritato e febbrile, l'altro solido eppure tormentato) vola a livelli altissimi, modulando con nonchalance le corde dello show dalla crudezza del poliziesco all'ironia del buddy movie, sprigionando una chimica che fa di True Detective (fra le tante altre cose) la più bella storia di amicizia al maschile vista sul piccolo schermo negli ultimi anni. L'altra accoppiata vincente è quella dei fuoriclasse dietro la macchina da presa: il regista (di tutti e 8 gli episodi) Cary Joji Fukunaga e lo sceneggiatore Nic Pizzolatto, nativo di New Orleans, che attinge a piene mani dalla letteratura statunitense dell'orrore per dare vita a un incubo soleggiato e afoso, un regno del terrore dove si muovono sue antieroi opposti e complementari. Facce di una medesima medaglia: quella del poliziotto devoto alla causa, uno stereotipo costantemente smontato e messo alla prova in una serie che opera sulla complessità del reale il procedimento inverso rispetto a un procedurale. True Detective non esemplifica né mette ordine, ma stratifica ulteriormente, esalta l'entropia del processo investigativo e della natura umana: dalla serrata e complicata alternanza dei piani temporali ai ritmi ora rarefatti ora martellanti dell'azione; dal ritratto estenuante e frustante delle indagini alla saturazione di set e scenografie studiate in ogni singolo e inquietante dettaglio. Lo spettatore è invitato a guardare dove altri hanno distolto gli occhi, a districarsi nella visione senza una guida affidabile. A perdersi, anche.

Infine, essendo una serie HBO (quelli di Il trono di spade, per intenderci), ci sono le tette più belle in circolazione. L'infedeltà e i problemi coniugali di Hart regalano due scene bollenti con le sue due (!) amanti. La prima, nel secondo episodio, vede protagonista la procace e sensualissima Alexandra Daddario, alias Lisa, che si spoglia davanti a lui in una scena già cult. E, poi, Lili Simmons che gli dice quella cosa lì in quel modo lì(li), ad alto rischio epistassi nel pubblico maschile davanti al televisore. Ecco il punto, la cosa più seria che voglio condividere con voi, cioè il motivo vero, sincero per cui guardare la serie: voglio sapere, voglio capire fino in fondo che cosa possa passare nella testa di un uomo eterosessuale che ha la fortuna di avere non solo una moglie come Michelle Monaghan ma anche come amanti la Daddario e la Simmons? A questo quesito neppure il miglior detective del mondo troverebbe la risposta.

P.S. La seconda stagione (da giugno) tra club sadomaso, cadaveri e maxi-orge promette tanta roba. Fonti vicine alla produzione hanno rivelato - all'Hollywood Reporter - che (almeno) due grandi nomi dell'industria del porno, le 24enni Amia Miley e Peta Jensen, sono state ingaggiate dai produttori di HBO. Scopo? Girare una vasta, delirante, colossale orgia in una villa di Pasadena. HBO non ha voluto commentare la notizia, mentre tutti i partecipanti sono obbligati per contratto alla non divulgazione dei dettagli. Mera trovata pubblicitaria? Non ci resta che aspettare.

Il Cinefilo Cinofilo

Consigliati per te

Altri contenuti che potrebbero piacerti scelti dallo Staff di Donnaperfetta.com

I più letti

I vostri preferiti

Ultime Raccolte

        Commenti